Era il 1978. Un paio di anni prima era uscito un libro destinato a fare epoca: Il Formaggio e i vermi. In quel volume Carlo Ginzburg si chiedeva, sulla scorta di Bertold Brecht,  «Chi costruì Tebe dalle Sette Porte? […] Dove andarono i muratori, la sera che terminarono la Grande Muraglia?». Si trattava di un invito a scoprire nella storia non solo le vicende dei re e dei protagonisti ma anche quello dei muratori, della gente comune in definitiva.

Nel 1977 era uscito Il mondo dei vinti. Con quel libro Nuto Revelli aveva fatto definitivamente scoprire anche fra i non addetti ai lavori l’importanza delle fonti orali. 

Quei due testi fecero epoca e avviarono in Italia il dibattito sulla storia sociale e sulla importanza di porre accanto alla histoire bataille, le vicende dei contadini di Nuto Revelli o dei muratori di Brecht evocati da Ginzburg.

La rivista nasceva in quel clima di scoperta della storia locale (usciva fra l’altro in quegli anni la Storia di Rimini dell’editore Ghigi) che stimolava la lettura dialettica, e spesso in contrasto del rapporto fra realtà locale e nazionale.  Accanto alla Storia prendevano dunque diritto di cittadinanza le Storie: da cui, per l’appunto il titolo della rivista. Ricordo che fra i primi estimatori ci fu l’allora presidente dell’Istituto Regionale dell’Emilia Romagna, Francesco Berti Arnoaldi Veli, che ci propose di far diventare la rivista organo degli Istituti regionali. Nobile intento che non si concretizzò per un paio di motivi. Il primo rinviava alla spaccatura che in quegli anni percorreva il dibattito negli Istituti e che contrapponeva i sostenitori della storia politica ai fautori della storia sociale. L’Istituto di Rimini, appena fondato, si schierò con questi ultimi e fu guardato con diffidenza da una buona parte degli Istituti emiliano- romagnoli.  Il secondo motivo era condizionato da quel mai sopito (e per certi aspetti legittimo) campanilismo («facciamo per conto nostro!» ) per cui nel volgere di breve tempo molti istituti emiliano romagnoli ebbero la loro rivista.

Il primo comitato di redazione era formato  da alcuni studiosi che erano affiancati – come allora si usava – da personaggi del mondo politico in puro spirito ciellenistico. Fra gli studiosi c’era Liliano Faenza, storico politico a tutto tondo ma inconsapevole antesignano delle fonti orali con Comunismo e cattolicesimo in una parrocchia di campagna, un piccolo capolavoro che Feltrinelli aveva pubblicato nel 1959; poi Piero Meldini a cui non mancava di certo la curiosità dello scopritore di inediti filoni (e non solo di storia); quindi Piergiorgio Grassi, studioso di Filosofia della religione e autore di vari saggi sul mondo cattolico riminese.

A dirigerla fu chiamato chi scrive che in capo a un paio di numeri chiamò in redazione non solo giovani studiosi di storia (Anna Tonelli e Oriana Maroni) ma esperti in varie discipline: da Carla Catolfi, allieva di Lucio Gambi, a Miro Gori, esperto di cinema e storia, da Alessandro Sistri, studioso di antropologia e folklore ad Angelo Turchini, modernista, a Paolo Zaghini, cultore della storia del comunismo e dell’Unione sovietica e Fabio Tomasetti, allora studioso di una nuova disciplina come la storia urbana. Qualche anno più tardi quest’ultimo sarebbe diventato presidente dell’Istituto. A questi si affiancava Pier Paolo Paolizzi, insegnante delle scuole superiori, che attorno a sé radunò il nucleo di quella che sarebbe diventata la sezione didattica dell’Istituto. 

Un gruppo apparentemente eterogeneo di studiosi che in realtà rifletteva, sia pure in una dimensione locale, quei «larghi confini» che pure stavano stretti a una (in)disciplina come la storia sociale.   

Quel comitato di redazione operò per qualche anno grazie al fatto che la presidenza dell’Istituto era stata assunta da un personaggio come Augusto Randi. Ex-partigiano e già amministratore pubblico, Randi dimostrò una capacità e una apertura davvero insolite per uno che per oltre dieci anni era stato segretario della Federazione riminese del Partito comunista. La diffidenza, connotato politico dei dirigenti del Partito comunista di quegli anni, non gli apparteneva affatto. Anzi, fu proprio la sua attitudine al confronto e alla apertura che permise all’Istituto di Rimini di varare una rivista che divenne una sorta di fiore all’occhiello nel panorama delle riviste degli Istituti. E, forse, non solo di quelle.

Stefano Pivato

Già direttore di storia e storie

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