Martedì 15 settembre, alle ore 17, la Cineteca comunale di Rimini ospiterà la presentazione del libro La figlia di Ilario, opera firmata da Bruna Tabarri. L’incontro, promosso dall’Istituto Storico della Resistenza e dal coordinamento ANPI Provinciale di Rimini, vedrà l’autrice dialogare con Paolo Zaghini attorno alle vicende storiche ed umane raccontate nel volume.
Ho conosciuto Bruna molti anni fa – scrive Paolo Zaghini – quando mi consentì di riprodurre le foto riminesi di suo padre Ilario traendole dall’album famigliare. Da allora abbiamo avuto diverse occasioni di incontrarci. Dunque sono onorato di discutere assieme del suo libro in Cineteca martedì 15 settembre 2026, alle ore 17. Colgo l’occasione per riproporre il mio articolo “Ilario Tabarri, il duro della Resistenza che fece largo ai giovani” apparso su chiamamicitta.it il 25 aprile 2017.
“Ci sono libri che nascono da una ricerca storica e libri che nascono, prima di tutto, da una necessità personale. La figlia di Ilario. Dal baule di un combattente, di Bruna Tabarri, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Ma proprio per questo riesce a diventare qualcosa di più: il racconto privato di una figlia finisce per restituirci una pagina importante della storia politica e della Resistenza romagnola.
La domanda da cui parte Bruna Tabarri è semplice e, nello stesso tempo, dolorosa: chi era davvero suo padre? Un uomo che lei ha conosciuto troppo poco, morto nel 1970, a soli 53 anni, quando lei ne aveva appena 23. Un padre che aveva avuto una vita straordinaria, ma che sembrava aver lasciato dietro di sé poche tracce capaci di spiegare alla figlia le ragioni delle sue scelte, della sua durezza, delle sue lunghe assenze.
E allora il punto di partenza diventa quasi romanzesco: un vecchio baule ritrovato dal fratello Sergio. Dentro ci sono carte, lettere, documenti, giornali, cartine, fotografie, fogli dattiloscritti e, soprattutto, quei quaderni nei quali Ilario aveva cominciato a mettere ordine nei ricordi della propria vita. Sono le pagine che avrebbe dovuto trasformare nelle memorie promesse alla figlia. Non riuscirà a farlo. Sarà Bruna, molti anni dopo, a raccogliere quella promessa incompiuta.
È questo il fascino particolare del libro. Bruna non pretende di essere una storica, perché è stata una biologa laureata a Bologna, che ha sempre lavorato in ospedale prima a Ravenna e poi a Cesena, e poi, una volta pensionata, impegnata nell’ANPI e nel volontariato. Lo dichiara apertamente: scrive «da figlia». E proprio questo sguardo consente al lettore di entrare nella vicenda di Ilario Tabarri non soltanto attraverso le grandi categorie della storia – antifascismo, Guerra di Spagna, confino, Resistenza, Partito comunista, sindacato – ma attraverso la dimensione più intima di un uomo che fu padre, marito, compagno e dirigente politico.
Ilario Tabarri, infatti, sembra appartenere a una generazione che oggi rischiamo di conoscere soltanto attraverso le fotografie e le celebrazioni. Nato a Cesena nel 1917, espatriato clandestinamente in Francia nel 1936, combattente nelle Brigate Internazionali durante la Guerra civile spagnola, rientrato in Francia e poi arrestato nel 1941, trascorse cinque anni di confino a Ventotene con Sandro Pertini, Pietro Secchia, Camilla Ravera. Dopo l’8 settembre tornò in Romagna e divenne uno dei protagonisti della Resistenza, assumendo il nome di battaglia di Pietro Mauri e il comando dell’8ª Brigata Garibaldi Romagna.
Una biografia che, da sola, basterebbe per un libro. Ma Bruna compie un’operazione diversa. Non costruisce un monumento al padre. Cerca di comprenderlo.
E qui il libro acquista una profondità particolare. Perché dietro il comandante partigiano, dietro l’uomo politico e il dirigente comunista, emerge progressivamente una persona. Un uomo che aveva scelto una vita di impegno totale, spesso pagando personalmente il prezzo delle proprie scelte. Un uomo che aveva imparato la disciplina, la clandestinità, il sacrificio, il comando. Un uomo che apparteneva a quella generazione di militanti comunisti formatisi nel carcere, nel confino, nell’esilio e nella lotta armata.
Ma proprio questa storia personale ci aiuta a capire anche il Tabarri del dopoguerra. Ed è qui che, almeno per chi ha interesse alla storia politica riminese, il libro diventa particolarmente interessante.
Nel 1948 Tabarri viene inviato a Rimini. Il Partito comunista riminese sta attraversando una fase delicata. La vecchia organizzazione è ancora legata alla Federazione forlivese, ma cresce la consapevolezza della necessità di una struttura autonoma. Il 18 novembre 1948 viene costituito il Comitato di Zona del Circondario di Rimini e Tabarri ne diventa segretario. Pochi mesi dopo, nell’aprile 1949, nasce ufficialmente la Federazione Comunista Riminese e Ilario Tabarri ne diventa il primo segretario.
Tabarri arriva in una realtà politica diversa da quella forlivese. A Rimini la Resistenza armata non ha prodotto, come a Forlì, una classe dirigente egemone. Il partito è invece caratterizzato dalla presenza di giovani quadri, tecnici e intellettuali, chiamati a confrontarsi con una società che, dalle macerie della guerra, sta già guardando alla ricostruzione e al futuro.
Tabarri rappresenta dunque una sorta di ponte fra due mondi: quello degli uomini della clandestinità e della Resistenza e quello dei nuovi dirigenti del «partito nuovo» di Togliatti. È un uomo duro, abituato alla disciplina e alla centralità dell’organizzazione, ma proprio a Rimini finisce anche per diventare un punto di equilibrio in una fase nella quale il partito conosce contrasti e divisioni profonde. E, paradossalmente, sarà proprio lui, dirigente proveniente dall’ala più dura del partito forlivese, a proteggere per un certo periodo quei giovani che rappresentano il futuro della Federazione riminese.
Non è un dettaglio secondario. È probabilmente uno degli aspetti più interessanti che il libro di Bruna Tabarri permette di rileggere attraverso la figura del padre.
Naturalmente, però per noi, Ilario Tabarri rimane soprattutto il comandante partigiano. E qui il libro si muove inevitabilmente dentro una memoria ancora discussa e controversa. E Bruna glissa. La sua sostituzione di Riccardo Fedel, «Libero», alla guida delle formazioni partigiane romagnole e le vicende successive hanno alimentato, a partire dagli anni Settanta, un lungo dibattito. Bruna non può e non vuole cancellare questa parte della storia. Ma è figlia, non storica. Il suo è il tentativo di restituire a Ilario una dimensione umana che spesso le controversie storiche tendono a schiacciare sotto l’immagine del comandante, del comunista, del «duro».
Ed è proprio questa la forza del libro: non pretendere di risolvere attraverso una memoria familiare ciò che appartiene al terreno della ricerca storica, ma aggiungere una voce, una testimonianza, un punto di vista. Il ritrovamento del baule non serve soltanto a ricostruire una biografia. Serve a restituire alla figlia un padre e, attraverso quel padre, a una generazione una parte della propria memoria.
C’è una frase di Bruna che riassume perfettamente il senso di questo viaggio: «Caro babbo, ti ho cancellato a lungo, anzi no, ti ho solo messo in disparte». Poi aggiunge di aver cercato le sue radici e, attraverso quelle radici, le proprie.
È probabilmente qui che il libro smette di essere soltanto la biografia di Ilario Tabarri.
Diventa un libro sulla memoria. Sul bisogno dei figli di capire i padri. Sul rapporto spesso difficile fra la grande Storia e le piccole storie familiari. E anche sulla necessità di tornare a interrogare documenti, fotografie, lettere e archivi prima che il tempo li faccia definitivamente scomparire.
Il fatto che Bruna Tabarri abbia donato oggi l’archivio del padre all’Istituto per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea di Forlì-Cesena aggiunge un ulteriore significato a questa vicenda. Quelle carte, nate per conservare una memoria privata, tornano così a essere patrimonio pubblico e fonte per nuove ricerche.
E forse il merito più grande di Bruna Tabarri è proprio questo: aver cercato il padre senza nasconderne le contraddizioni, aver trasformato un dolore privato in una ricerca e aver dimostrato che, qualche volta, per capire la grande Storia occorre semplicemente aprire un vecchio baule.”
Paolo Zaghini
