Il prof. Stefano Pivato rivolgendosi a:

Signora Prefetto, autorità civili, militari e religiose,

il 2 giugno che oggi celebriamo è tante cose insieme: una data, una festa, una scoperta di diritti e possibilità, una costruzione preziosa di dialogo, confronto e partecipazione. Solennizzare la nascita della Repubblica significa definire un perimetro di riferimento in un presente inquieto durante il quale l’antico quadro di certezze appare via via sgretolato e tutto sembra in discussione in una sorta di nuovo inizio dai contorni e dagli esiti ancora incerti.

Tutti noi abbiamo imparato sui banchi di scuola secondo una formula che oggi appare un po’ sbiadita che studiare il passato serve a capire meglio il presente. Riflettere allora sul 2 giugno e sui suoi significati non è una pratica di retorica celebrativa ma un esercizio di riflessione sulle radici della nostra democrazia.

Il 2 giugno del 1946 gli italiani sono chiamati alle urne a scegliere fra monarchia e repubblica. Poco meno di 25 milioni i votanti, pari all’ 89,08%, una percentuale che indica il senso dell’attesa e della partecipazione.  Per avere un’idea del cammino percorso dalla nostra democrazia e dare un significato a quei 25 milioni di votanti basti pensare che nelle prime elezioni politiche del nostro paese, nel 1861, i votanti erano stati 418.000 pari all’1,9% della popolazione.,

Con il 2 giugno gli uomini riconquistano il diritto di voto dopo oltre vent’anni dalle ultime libere elezioni.  Le donne quel diritto lo esercitano per la prima volta nel nostro paese, uno degli ultimi nel mondo occidentale a introdurre il suffragio femminile. Vero è che il Presidente Mattarella ha recentemente dichiarato che il primo voto femminile ha rappresentato «Un’autentica rivoluzione che poneva fine a una secolare storia di discriminazione».

Con il 2 giugno gli italiani cessano di essere un popolo e diventano cittadini, membri di una comunità statale e titolari di diritti civili e politici. La rappresentanza, lungi dal configurarsi come un mero cavillo giuridico, segna l’emancipazione del potere politico dal dispotismo e dalle dittature.

Il senso di attesa e la voglia di partecipazione per quelle elezioni si percepisce attraverso la lettura dei giornali o gli appelli dei partiti, l’esibizione dei simboli e le attese di rinascita. L’aspettativa è forte non solo perché si tratta delle prime elezioni libere dopo oltre un ventennio ma anche perché come sottolinea Piero Calamandrei, uno dei padri costituenti, «Mai nella storia è avvenuto, né mai ancora avverrà che una repubblica sia stata proclamata per libera scelta di un popolo mentre era ancora sul trono il re».

Il clima di quei giorni ci è restituito dalla psicologia popolare che rivela timori e le speranze attraverso i diari e le lettere di semplici e anonimi cittadini che affollano gli archivi della scrittura.  «Ieri è stato un grande giorno per l’Italia» scrive Anna al marito lontano «Quando ho avuto le schede in mano il mio cuore ha accelerato i battiti e la mia mano non era tanto più ferma. Sapevo che il mio voto insieme a quello di tanti altri avrebbe deciso le sorti del paese. Aspetto con una certa ansia l’esito, ed anche con un po’ di preoccupazione».

E ancora Laura, operaia di una manifattura: «Avevo il cuore in gola e la paura di sbagliarmi fra il segno della repubblica e quello della monarchia».

Difficile immaginare significati più profondi e coinvolgenti come quelli richiamati in queste lettere che fanno emergere la sensazione che nulla sarà come prima ma che l’incertezza domina il futuro.

L’ansia e la preoccupazione di quelle testimoni si sarebbero trascinate ancora per 4 giorni, fino a quando, fra il 6 e il 7 giugno, vengono resi noi i risultati del referendum che assegna la vittoria alla Repubblica. La cui nascita pone fine all’uso arbitrario della forza che induce la paura e avvia la libera partecipazione.

«Da noi la democrazia è appena agli inizi» affermava Ferruccio Parri poche settimane dopo la Liberazione. E, come in una ideale risposta a Parri, con l’introduzione della Carta costituzionale la Repubblica che gli italiani hanno votato il 2 giugno 1946 diventa la Repubblica della Costituzione. Il 2 giugno si lega indissolubilmente alla Resistenza e nel nostro calendario civile il 25 aprile, il 2 giugno e il 1° gennaio (dell’entrata in vigore della Costituzione) sono indissolubilmente legati.

La porta d’ingresso per la storia dell’Italia contemporanea porta dunque la data del 2 giugno 1946, un certificato di nascita, una festa per ricostruire il legame tra passato e presente, tra le radici della Repubblica e le contraddizioni del contemporaneo. Guardare al 2 giugno e ai suoi significati vuol dire riflettere sul cammino di questi ottant’anni, ai passi in avanti e alle batture d’arresto, al peso delle memorie e delle eredità.

E ciò diventa tanto più importante in un paese come il nostro spesso distratto o disinteressato a ragionare sul senso e la profondità della nostra storia. La confusione d’informazioni e messaggi che caratterizzano e orientano il nostro presente è spesso capace di annullare la lezione che ci viene dal passato e a dimenticare che il 2 giugno costituisce un certificato di nascita una bussola di riferimento per ricostruire i legami tra passato e presente, tra le radici della Repubblica e le contraddizioni del contemporaneo.

E allora, proprio di fronte alle incertezze di questo periodo, il senso più pertinente per riflettere sul significato della giornata che oggi celebriamo ci viene da una delle scrittrici più brillanti del secondo dopoguerra, Anna Banti, che così ricorda il suo primo voto il 2 giugno del 1946: «Avevo il cuore in gola e la paura di sbagliarmi fra il segno della repubblica e quello della monarchia […] Era un giorno bellissimo. Quando i pensieri neri mi opprimono penso a quel giorno, e spero».

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